Quando uscì nel settembre del 1975, Wish You Were Here fu interpretato ovunque come un album sull’assenza: quella di Syd Barrett, e quella di una band che, dopo il successo travolgente di The Dark Side of the Moon, sembrava rischiare di smarrire la propria direzione.
Riguardandolo oggi, con mezzo secolo di storia dei Pink Floyd alle spalle, emerge però un’altra verità: questo è soprattutto il disco del loro equilibrio, musicale e umano. Un ultimo momento in cui i Pink Floyd lavoravano davvero come un gruppo, creando Shine On You Crazy Diamond chiusi nell’angusta sala prove di King’s Cross, prima che il peso della fama cambiasse per sempre ritmi, priorità e dinamiche interne.
È probabilmente il loro lavoro più paritario. Le idee circolano con naturalezza: Waters che sente Gilmour improvvisare le quattro note di Shine On You Crazy Diamond e gli chiede “wait, what’s that?”; la libertà data a Wright di esplorare la montagna di nuova attrezzatura comprata dopo Dark Side; i tempi di Mason che cambiano di continuo e modellano il respiro del disco. E i testi: partono da Waters, certo, ma sono universali, senza politica, senza autobiografia in primo piano. Sono parole che appartengono al gruppo e al loro pubblico, non solo al loro autore.
Non sorprende che Gilmour e Wright lo abbiano indicato come il loro album preferito. E non sorprende neanche che, nel 1993, quando si ritrovarono a registrare il primo vero disco senza Waters, decisero di tornare in sala prove “come non facevamo dai tempi di Wish You Were Here”. Cercavano quella stessa collaborazione istintiva, quel modo di funzionare come un organismo unico che la band non avrebbe più ritrovato.
Il disco si apre e si chiude con Shine On You Crazy Diamond, omaggio a Barrett e meditazione su identità e perdita. Al centro, Welcome to the Machine e Have a Cigar rappresentano la critica più netta che i Floyd abbiano mai rivolto all’industria musicale. La title track porta invece tutto su un piano personale: una nostalgia sobria, che è un confronto con il proprio io perduto più che con una persona lontana.
Wish You Were Here è un punto di equilibrio.
Perché dopo questo disco, i Pink Floyd iniziano a diventare cose diverse per ognuno di loro.
Per Waters, diventano il veicolo per esprimere in modo sempre più diretto le proprie visioni politiche, biografiche e musicali, sostenuto dalla forza del marchio. La band è ancora collettiva, ma il baricentro si sposta chiaramente verso di lui.
Per Gilmour, i Pink Floyd diventano il luogo dove affinare il ruolo di produttore, arrangiatore, cantante e musicista, senza il peso della scrittura. Un equilibrio che regge per un po’, ma che lo porta a spingere il materiale più personale verso il suo primo disco solista del 1978. Come se la direzione di Waters funzionasse per vendere dischi e riempire gli stadi, ma non fosse più un porto sicuro per un nuovo “wait, what’s that?” nato in sala prove.
E poi c’è Wright.
Tra Wish You Were Here e The Wall, il suo ruolo resta fondamentale sul piano sonoro, i suoi accordi sospesi, la capacità di aprire una canzone, quel senso di spazio che nessun altro nel gruppo sapeva creare. Ma lo spazio creativo per lui si restringe. Waters gli lascia sempre meno margine, e Wright tende a perdersi nei “suoi” Pink Floyd. In studio resta prezioso, ma sul piano personale i Pink Floyd diventano per lui una sorta di gabbia stabile, prestigiosa ma sempre piu’ inospitale. Una dinamica lenta ma inesorabile, che porterà alle tensioni su The Wall e alla sua uscita temporanea.
Nei mesi che portarono all’estate del 1975, però, tutto era ancora allineato: ruoli, suono, scrittura. Forse è per questo che l’album mantiene ancora intatta la sua forza.
Certo, è un disco sull’assenza.
Ma è anche il momento in cui i Pink Floyd furono, paradossalmente, più presenti che mai.

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