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Intervista
di Floyd Channel a
MORGAN
Este, Sabato 24 aprile 2004
Lo abbiamo incontrato
a Milano, tra il pubblico del concerto di Roger Waters, poi nel suo
primo album solista, le canzoni dell'appartamento,
ha inserito "SE", cover di "IF" dei Pink Floyd.
Potevamo non intervistarlo ? Con molta gentilezza ci ha regalato una
intervista piena di passione musicale, eccola qui.
INTERVISTATRICE: Puoi parlarci del tuo rapporto con
la musica dei Pink Floyd, sia in veste di musicista che in veste di
fan?
MORGAN: Ne parlavo giusto ieri con un mio amico tecnico
del suono, i Pink Floyd sono fantastici da ascoltare, tutti i dischi,
direi compresi anche gli ultimi The Division Bell e A Momentary
Lapse of Reason. Sono gli unici che negli anni ’80 non hanno
ceduto a determinate leggerezze musicali, a rimanere forse intrappolati
nella loro visione delle cose, che non aveva nulla a che fare con quegli
anni (e io amo gli ’80). I Pink Floyd sono rimasti indietro, fortunatamente,
e questo gli ha permesso di salvarsi, ne sono usciti indenni, come se
non si fossero accorti che erano arrivati gli anni ’80 con le
batterie elettroniche e altre cose che loro non hanno mai adottato.
The Final Cut dell’83, è un viaggio spirituale
di Roger Waters, il disco della distruzione quasi preannunciata dei
Pink Floyd, ma poteva essere un disco scritto nel ’69; lo riconosco
dal punto di vista tecnico come disco dell’83 perché ci
sono dei riverberi… per il modo di utilizzare la tecnologia tipicamente
databile in quell’anno, ma per quanto riguarda il contenuto musicale
è un disco totalmente fuori dal tempo. Poi arriviamo all’87
con A Momentary Lapse of Reason, anch’esso fortemente
datato, anzi, inattuale, che poteva uscire anche molti anni prima. Loro
non hanno tempo, e probabilmente è in questo la loro forza.
I: Hai fatto
la scelta di inserire “If” ne Le canzoni dell’appartamento,
dimostrando il tuo apprezzamento nei confronti dei Pink Floyd con una
traduzione fedele del testo. Da cosa nasce questa scelta?
Morgan:
“If” mi è sempre piaciuta. Questa
canzone a me procura uno stato d’animo terapeutico; è una
canzone che dovrebbe esser quasi un po’ “storta” dal
punto di vista psichico, e invece procura benessere, qualche volta una
specie di pace interiore, quindi… perfetta.
Quando ho scoperto i Pink Floyd, ho cominciato a ricercare i loro dischi
perché conoscevo il loro più famoso The Wall, che uscì
quando avevo più o meno 10 anni; mio padre aveva comprato il
singolo di “Another Brick in the Wall” e in casa
si ascoltava, con anche il retro “One of my Turns”.
Un paio d’anni dopo ho ascoltato l’album, e poi The
Dark Side of the Moon e Wish You Were Here, i dischi più
“commerciali”, diciamo così. Nell’adolescenza,
a 15 anni, mi sono interessato ai Pink Floyd più psichedelici
di Syd Barrett, poi Umma Gumma, Middle, e
poi Atom Hearth Mother, che è un disco che loro stessi
sottovalutano, che non considerano come uno dei loro dischi più
importanti, anzi, forse, secondo loro, da quello che ho letto nelle
interviste, l’hanno sempre considerato un po’ una specie
di disco fatto male, mal riuscito; secondo me è in questo suo
esser mal riuscito che è bello, quindi mi piace quanto è
“storto”. Già il titolo e la copertina… poi
c’è la suite della prima facciata che a me piace molto.
Basterebbero queste cose a farlo considerare come un disco assolutamente
inqualificabile. Non c’è una parola che possa definire
il genere… rock sinfonico… però è già
più che rock… è psico-sinfonico.
I: “If”
si presenta molto visionaria, almeno nella traduzione, e a noi, leggendola,
era venuto in mente un parallelo con “The Baby”, dove ci
sono gli occhi di un bambino, gli occhi della purezza, che in “If”
ritornano forse distorti dalla follia.
Morgan: Nelle canzoni spesso avviene uno straniamento,
cioè l’autore si mette nel punto di vista di qualcun altro,
ed è molto affascinante il punto di vista di un bambino, che
è per eccellenza, forse, il punto di vista più straniante,
e poi c’è quello del matto. La canzone in cui l’io
è il bambino è “The Baby” e la canzone dove
l’io è il matto è “If”. Io adopero la
tecnica dello straniamento per scrivere canzoni. Per esempio, c’è
un album di De André, Non all’amore, non al denaro,
né al cielo, che è tratto dall’Antologia di
Spoon River di Edgar Lee Master, dove ogni poesia è l’epitaffio,
comunque le parole di uno che è già morto e che racconta
la sua vita. In questo album c’è secondo me in modo emblematico
lo straniamento, e guarda caso c’è proprio una canzone
che si chiama “Un Matto”, che secondo me assomiglia molto
a “If”.
I: Puoi
dirci due parole sul particolare arrangiamento che hai dato a “If”,
che ha incuriosito alcuni fan che frequentano questo sito?
Morgan: Secondo me “If” è una canzone
leggera, quasi uno standard del song-writing: ha una struttura molto
classica, molto antica, quasi come la canzone del Medioevo che cantava
il giullare, proprio una canzone popolare nel vero senso della parola,
in effetti ci sono dentro anche i temi tipici della canzone popolare.
“If” per me è la canzone del “matto”,
la più psichedelica del disco, non musicalmente, ma concettualmente.
Uno dei riferimenti dell’arrangiamento di “If” è
stato proprio “Un Matto”; c’è questo intreccio
tra De André e i Pink Floyd che mi sono inventato io. Poi c’è
anche un disincanto, anzi, un incanto alla versione più fiabesca
di Paul McCartney, che secondo me è stato un grande cantastorie
nelle canzoni che ha scritto lui (anche lì, “The Fool on
the Hill”, “Il matto sulla collina” tanto per cambiare).
L’arrangiamento dei suoi pezzi a me ha sempre ispirato molto,
l’ho trovato perfetto per descrivere lo straniamento del testo.
“If” l’ho in questo modo resa ancor più popolare
di quel che è, invece quella dei Pink Floyd è molto stilizzata,
piuttosto pura, senza tante sovrastrutture, senza stratificazioni. La
mia è invece molto arrangiata, come fosse entrata nel mio album,
anche per un discorso di coerenza sonora. Questo modo di suonarla, comunque,
è nato da serate in casa con amici, che è la maniera più
naturale per far nascere canzoni.
I: Nel tuo
ultimo album da solista, Le canzoni dell’appartamento, dici di
voler ricostruire la forma-canzone tradizionale; volevamo sapere se
questo percorso può essere avvicinato a quello intrapreso anche
coi Bluvertigo, dove sembrava che ci fosse una decostruzione della forma-canzone.
Dalla de-costruzione sei in realtà arrivato alla ri-costruzione
attuale? C’è un legame tra le due esperienze?
Morgan:
Sì, penso proprio di sì. In fondo la canzone mi ha sempre
interessato come ambito musicale, come forma, sia nel distruggerla che
nel ricostruirla. Sicuramente c’è un mio atteggiamento
che non si può definire di-struttivo, ma de-costruttivo che è
diverso: la differenza è precisa, perché per decostruire
ci vuole la capacità di conoscere le regole. Per distruggere,
invece, basta una mitragliatrice, così come per distruggere un
sistema legislativo basta l’ignoranza. Mi interessa contestarle
le leggi, ma per contestarle vanno conosciute. Le canzoni sono molto
più benigne e più libere delle leggi: nel de-costruirle,
le canzoni mi sono “simpatiche”, questo significa che non
voglio vederle morte, che le voglio solo un po’ pungolare, che
mi piace prenderle e girarle, oppure ascoltarle al contrario, se questo
procura qualche magia. Nel decostruire, capisci che una canzone non
è una cosa tanto stupida, piccola, leggera, perché in
realtà è composta da tante parti, è un’operazione
complessa, ha un mondo molto ricco.
Dopo anni passati a smontare le canzoni, mi sono trovato un po’
di materia prima intorno, e per una volta ho voluto montare io delle
canzoni a mia immagine e somiglianza; per certi aspetti si sente proprio
che sono canzoni di qualcun’altro che si è già divertito
a smontarle. Invece, nel caso di “The Baby”, “Altrove”,
“Canzone per Natale”, c’è una semplicità
che ha sorpreso anche me che ero stato abituato, soprattutto dall’opinione
degli altri, a considerarmi un essere sempre sfaccettato, per forza
paradossale, ambivalente. Invece no, queste sono canzoni pure e semplici
che mi piacciono e fanno parte di una mia curiosità ed eclettismo,
che mi porta ad essere attratto da tanti ambiti diversi, oltre alla
musica. Il fatto di far canzoni non esclude il fatto di distruggerle
e viceversa.
I: Leggendo
il diario che tieni sul tuo sito, www.marcocastoldi.it, hai definito
i tuoi concerti “concerti classici di musiche stanche” e
la cosa ci ha incuriosito. Puoi commentare la definizione?
Morgan: Il “concerto stanco” era un concerto
specifico, mi riferisco a un concerto a Milano dove ho suonato al pianoforte
un programma di musica classica, pezzi scelti in base alla quantità
di pigrizia che il compositore riusciva a metter dentro, canzoni con
un altissimo tasso di passività, proprio nel loro essere, nella
loro armonia. Ho messo in fila una decina di brani di compositori anche
famosi, da Satie, a Schumann, Liszt...
Nelle “Consolations” di Liszt, molto sentimentali come brani,
a volte si capisce proprio che lui è stanco di questo sentimento
che deve ossessivamente provare, e a volte si lascia andare a un oblio
che non ha niente a che fare con la passione. Siamo portati a identificare
Lizst con la passione, ma secondo me, stanco di questa passione, ci
regala dei momenti di perdita di passione che mi hanno incuriosito molto;
laddove ad esempio il tema della Quarta o della Quinta Consolazione
non l’ha scritto lui, ma l’ha fatto scrivere ad una dama
di cui era innamorato. Quindi, nella Consolazione con la stella, lui
lo specifica “il tema non è mio”: questo è
un buon metodo per sceglierla, questa è la Consolazione stanca,
lui non aveva voglia di farla. Ha fatto fare una cosa praticamente a
un altro.
I: Ci interessa
molto il rapporto che hai sempre avuto coi numeri, che torna in varie
canzoni e anche non-canzoni inserite nella tua raccolta “Dissoluzione”,
in particolar modo con lo zero e il tre. Cosa ci puoi dire?
Morgan: La numerologia è molto affascinante,
sempre che non confini col dare i numeri. Ad esempio Sgalambro, filosofo
di Battiato, dice che i numeri non si possono amare e in questo bisogna
capire cosa intende per numeri; perché c’è numero
e numero, e se non si possono amare i numeri, non si possono amare neanche
i concetti, invece trovo che questa frase non si possa considerare vera,
perché i concetti si possono amare.
Penso che nella maggior parte dei casi, i concetti, purtroppo, si amano:
c’è un concetto in particolare, quello di amore, che si
ama. Quindi, c’è chi ama il concetto di amore (io credo
di esserne vittima), e qui si entra proprio in un loop, direi, che ha
molto a che fare col nostro discorso sui numeri. I numeri sono la struttura
che si può tranquillamente amare, anzi, è proprio dentro
la struttura tutto quello che c’è fuori, nelle cose. Se
noi vediamo una forma che ci piace, questa forma è quella che
meglio esprime il numero: cioè, se il numero è una forma,
anche una donna molto sinuosa è un numero.
I: È
uscita di recente la colonna sonora che hai fatto per il film di Infascelli
“Il Siero della Vanità”. Vorresti parlarcene?
M:
Non avevo mai fatto una colonna sonora, avevo sempre desiderato farla
e Infascelli è stato il primo regista serio, accreditato, capace,
però autorevolmente bizzarro, che ha avuto il coraggio di chiedermi
di fare questa impresa; fare una colonna sonora è un’operazione
molto grande, c’è tanta più musica da scrivere che
in un disco. È stato molto bello per me che amo le strutture,
lavorare con queste; mi ha interessato molto intersecare temi, sovrapporli,
lavorare con tutti questi livelli sovrapposti e che interagivano tra
loro. In un disco pop non si può fare, perché c’è
una canzone, poi c’è n’è un’altra, e
non è che poi la quarta canzone è l’insieme delle
altre. Nella colonna sonora, invece, ci sono varie possibilità.
Normalmente i temi sono legati ai personaggi, rappresentano musicalmente
il loro carattere: se i personaggi dialogano, i due temi dialogano.
Io non ho fatto così, non sono stato così rigidamente
ancorato alla prassi, sono andato in modo più libero e anche,
spero, più moderno, perché sennò non mi sarei divertito.
Ho de-strutturato, ho fatto una colonna sonora che per certi aspetti
ha proprio tutto il fare di una colonna sonora, per altri è il
contrario di una colonna sonora, perché a volte lavora per contrasto,
non commenta, ma agisce in prima persona. Comunque, il vincolo che ti
pone il regista con la storia che già preesiste alla musica,
la sceneggiatura e tutto l’impianto visivo, credo sia talmente
preciso e comodo come calzare un mocassino perfetto, e all’interno
di questa gabbia si agisce più liberamente. Paradossale tutto
questo, soprattutto perché vengono a cadere miseramente tutti
quei piccoli punti di riferimento anche un po’ noiosi a cui si
può rinunciare, che sono le certezze della musica radiofonica.
Le battaglie che fanno cantautori, gruppi, cantanti in genere che devono
fare un singolo radiofonico che deva rispondere a determinati requisiti,
tutto questo per quanto riguarda la colonna sonora possiamo proprio
totalmente mandarlo a quel paese.
Intervista di Anna
Fioravanti e Sara Zaniboni
Grazie alla Mescal e a Marco
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